La verità è diventata un campo di battaglia. Esistono opinioni diverse, su tutto, da sempre, però qui ci stiamo riferendo a qualcosa di più profondo e inquietante che riguarda i meccanismi attraverso cui un’affermazione, non necessariamente vera, acquista credibilità pubblica. È il reame della post-verità, un meccanismo nuovo, che si assume il ruolo di produrre senso attorno a fatti condivisi. Come ha mostrato Lee McIntyre (2018), la post-verità non designa semplicemente la diffusione di menzogne o di informazioni false, quanto piuttosto un orientamento culturale in cui i fatti oggettivi contano meno delle narrazioni emotive e delle appartenenze identitarie nel plasmare la percezione della realtà. La post-verità attraversa ormai il dibattito pubblico come una sua condizione ordinaria, influenzando quotidianamente le forme attraverso cui fatti, dati e interpretazioni acquisiscono credibilità.
Il cambiamento climatico offre forse il caso più emblematico in cui osservare questa trasformazione. Nessun altro fenomeno contemporaneo concentra con altrettanta intensità la tensione tra la solidità del consenso scientifico e la fragilità della sua ricezione pubblica. Le evidenze si accumulano, i dati si moltiplicano all’infinito, si incrociano, si espandono, eppure la capacità di tradurre tutto ciò in decisione collettiva rimane ostaggio di ecosistemi informativi in cui algoritmi, piattaforme e logiche di engagement ridefiniscono continuamente ciò che è visibile, ma anche e soprattutto, ciò che è credibile. Il nodo non è mai più una presunta scarsità di conoscenza, di cui rimane memoria dal secolo scorso, quanto la sua legittimità.
Da una prospettiva geografica critica, ci si propone qui di affrontare questo problema da un angolo che la letteratura ha esplorato meno. Anziché concentrarci sui meccanismi di diffusione della disinformazione o sulle strategie di comunicazione scientifica, il contributo interroga le forme di conoscenza che resistono alla dissoluzione post-veritativa, o che potrebbero farlo. Sviluppa a tal fine il concetto di saperi lenti, intesi come forme di conoscenza situata, incarnata nei luoghi e nelle pratiche delle comunità, capaci di ri-ancorare il discorso climatico a dimensioni sensibili e territorialmente verificabili. Il movimento Slow Food viene analizzato come caso studio rappresentativo di questa epistemologia, poiché è un vero e proprio laboratorio in cui osservare come la conoscenza radicata nei paesaggi e nelle relazioni locali possa
Sede dell’iniziativa:
Rivista Digeat
Periodo di svolgimento dell’iniziativa:
Giugno 19, 2026